Nel 2006 il comparto industriale italiano della birra e del malto, che dà occupazione a circa 133 mila persone (indotto incluso), si colloca al nono posto in Europa. Record storico per i consumi interni (+3 %), con oltre 30 litri pro capite, rimanendo comunque all’ultimo posto in Europa, mentre la produzione si attesta sugli stessi livelli del 2005. Sul settore grava però una forte pressione fiscale che favorisce le importazioni (+10%). Ma la vitalità dell’industria birraria nazionale è confermata dalla crescita dell’export, con un ottimo +9%
Anche nel 2006 il settore birrario italiano ha confermato la propria importanza nel panorama dell’industria agro-alimentare italiana ed europea. I 16 impianti produttivi dislocati sul territorio nazionale, di cui 7 nel Centro-Sud Italia, hanno dato lavoro a 20.085 persone fra occupati diretti e indiretti (che salgono a 133 mila considerando il cosiddetto “indotto allargato”), producendo 12.818.000 ettolitri di birra (di cui 781.000 ettolitri esportati) a fronte di un consumo interno pari a 17.851.000 ettolitri.
A questi dati vanno aggiunti quelli relativi al comparto italiano del malto, la materia prima per la fabbricazione della birra: con 2 unità produttive (entrambe nel Centro-Sud) e 339 occupati fra diretti e indiretti, esso ha prodotto nel 2006 oltre 640.000 quintali di malto, in grado di coprire circa il 38% del fabbisogno dell’industria birraria nazionale.
Se si paragonano i risultati del 2006 con quelli degli anni precedenti, si scopre che nel 2005 l’industria birraria italiana aveva prodotto quantità quasi identiche (12.798.000 ettolitri) a fronte, però, di un consumo interno inferiore: 17.340.000 ettolitri. Ciò vuol dire che in 12 mesi i consumi hanno segnato un aumento di quasi il 3%, riportando il valore pro capite sopra la soglia dei 30 litri annui di birra (esattamente 30,3), che finora era stata raggiunta e superata solo nel 2003 (30,1). Ma l’aumento è stato interamente coperto da una crescita delle importazioni, che infatti hanno segnato un +10,6%, passando da 5.258.000 a 5.814.000 ettolitri. A questo fenomeno ha fatto, comunque, riscontro una variazione positiva nell’export italiano, altrettanto significativa in termini percentuali anche se meno in valori assoluti: dai 716.000 litri del 2005 ai 781.000 del 2006 (+9,1%).
Come interpretare questi dati? Riguardo ai consumi, esaminando la provenienza del mezzo milione abbondante di litri in più importato in Italia nel 2006, emerge che esso proviene quasi interamente da Germania (+374.000) ed Olanda (+102.000), i due Paesi che, da soli, già totalizzano oltre il 70% dell’import birrario italiano. Un’analisi ulteriore della tipologia di prodotti indica che sono cresciute, in particolare, le importazioni di birra di fascia di mercato, e quindi di prezzo, medio-basso.
L’industria italiana risente infatti in modo rilevante della competizione fiscale sleale da parte di vari Paesi europei, nei quali alcuni operatori – beneficiando di norme nazionali sulla denominazione del prodotto meno rigorose, ovvero sfruttando il forte differenziale fiscale rispetto all’Italia – esportano nel nostro Paese birra a prezzi che mettono fuori mercato gli operatori nazionali.
Da questo punto di vista, perciò, l’industria birraria nazionale ha margini d’intervento limitati, attenendo questi, piuttosto, alla responsabilità dei vari Legislatori, nazionale ed europeo.
Italia e resto d’Europa: produzione e consumi a confronto
È tuttavia da rimarcare come i produttori nazionali di birra continuino a mostrare, tanto in numeri assoluti quanto negli andamenti dell’export, una forza ed una vitalità degne di nota. Nel 2006 l’Italia si è confermata al nono posto fra i produttori di birra dell’Unione Europea, al di sopra di Paesi con una forte tradizione birraria, quali Austria, Danimarca e Irlanda. E, come si è visto, ha notevolmente aumentato le esportazioni che, nel 2006, hanno toccato il 6,1% della produzione, mezzo punto in più rispetto al 2005. Infine, se si torna a guardare al nostro Paese, una ulteriore conferma della vitalità del settore nazionale viene dalla forte crescita del numero di marchi prodotti e/o distribuiti in Italia, arrivato ormai, per le solo aziende aderenti ad AssoBirra, a circa 180 referenze.
D’altra parte, i consumi interni rimangono i più deboli dell’Unione Europea: i 30,3 litri annui pro capite – massimo storico mai toccato in Italia – costituiscono tuttora meno della metà dei consumi medi dell’Unione Europea (77,8 litri); appena un quinto di quelli della Repubblica Ceca (156,5 litri), leader della classifica; un quarto dei valori registrati in Germania e Irlanda (rispettivamente 115,2 e 114 litri); un terzo scarso dei risultati di Austria, Lussemburgo, Gran Bretagna e Belgio (107,9, 106, 95,6 e 91,5 litri a testa); e meno anche della Francia, penultima nella graduatoria con 33 litri annui di birra consumati a testa.
Ciò nonostante l’industria birraria italiana, pur avendo una storia relativamente recente (poco più di due secoli) rispetto a quella di certi Paesi del Centro e del Nord Europa, ha mostrato e intende continuare a dimostrare la propria capacità di stare sul mercato globale, soddisfacendo gran parte della domanda interna.
Le opportunità di crescita non mancano. Le più recenti indagini di mercato indicano come, parallelamente ai consumi ed in un’innegabile rapporto di causa-effetto, cresca nel nostro Paese l’immagine della birra quale prodotto buono, naturale, fresco, in linea con i più moderni dettami della scienza nutrizionale e, in particolare, di quello stile alimentare (che è anche di vita) rubricato sotto il nome di “dieta mediterranea”. Stile strettamente connesso, anche, a quel carattere di moderazione e responsabilità che da sempre connota i consumi di birra nel nostro Paese.
“La situazione del prodotto birra in Italia nel 2006 – sottolinea Piero Perron, Presidente di AssoBirra – è complessivamente incoraggiante. Il nostro Paese si è confermato nel 2006 nono produttore europeo, in una posizione quindi di molto superiore a quella occupata nella graduatoria dei consumi pro capite.”
“Tuttavia, continua Perron, l’aumento dei consumi è stato interamente dovuto ad un aumento delle importazioni.Se da una parte va in gran parte attribuito alle diversità esistenti nelle normative fiscali dei vari Paesi, che sfavoriscono alcuni di essi nella competizione a scapito di altri (fra cui l’Italia), pone dall’altro ai produttori nazionali una duplice sfida: rispondere alla domanda in modo produttivamente ed economicamente adeguato e, al tempo stesso, socialmente responsabile.”

